Quando un brand mi scrive “Ciao Mina, ci piacerebbe molto collaborare con te!”, una parte di me si emoziona.
L’altra parte, quella che lavora nel marketing, prende un foglio Excel, comincia a fare conti e porre domande. Non per sembrare difficile, ma per evitare di scoprire a metà strada che la “collaborazione bellissima” prevede dodici contenuti in sette giorni, diritti d’uso a vita e un prodotto che si rivela un flop che io stessa non comprerei o non consiglierei ad un’amica.
In questi anni ho imparato che un sì detto in fretta costa quasi sempre più di un no detto bene. Per questo, prima di accettare una collaborazione o un nuovo progetto, pongo a me stessa e al brand queste cinque domande.
1. Qual è l’obiettivo vero?
Far conoscere il brand? Vendere? Lanciare un prodotto nuovo? Dare una scossa a un profilo social un po’ addormentato? Tutto legittimo, ma non può essere “un po’ di tutto”.
Un obiettivo vago produce contenuti vaghi, e i contenuti vaghi sono quelli che le persone scorrono via col pollice mentre bevono il caffè a colazione ancora assonnate. Se il brand non sa cosa vuole ottenere, il mio compito come creator è aiutarlo a scoprirlo prima di iniziare, non dopo aver pubblicato.
2. Il prodotto ha un posto nella mia vita reale?
Questa è la domanda che per me pesa di più, perchè mi piace raccontare i prodotti inserendoli nella mia quotidianità. Per fare degli esempi: il mascara veloce da applicare prima di uscire di casa, la scarpa cool per l’ufficio ma anche comoda per rincorrere il mio bimbo al parco, la lavapavimenti che mi fa risparmiare davvero il tempo nelle pulizie…
Se non riesco a immaginare il prodotto nei miei momenti della giornata reale, il risultato si vede subito. Scene patinate, luci perfette e sorrisi da catalogo sono elementi che funzionano per tante influencer con uno stile di vita diverso dal mio; ma chi mi segue (e chi mi conosce nella vita reale) capisce in due secondi che non rappresenta la mia realtà.
3. Cosa devo fare, esattamente?
Una proposta di collaborazione può prevedere un post, un reel, tre stories, un video con montaggio, un contenuto UGC da pubblicare solo sulle adv del brand… Ogni formato ha tempi, costi e impegno diversi.
Prima di dire sì voglio sapere quanti contenuti e in quale formato, entro quando devono essere pronti, quante revisioni sono previste, per quanto tempo e dove il brand potrà riutilizzare il materiale.
4. Come verrà misurato il risultato?
I like sono una metrica fa capire se il contenuto è piaciuto, ma raramente raccontano se una collaborazione ha funzionato. Più spesso guardo salvataggi, condivisioni, risposte in privato, click e richieste arrivate al brand.
Se all’inizio nessuno ha pensato a cosa misurare, lo definiamo insieme. Lavorando nel marketing ho visto più di una campagna chiusa con un “direi che è andata bene” come unico dato, ma come metodo scientifico lascia un po’ a desiderare…
5. Posso dire la verità…o semplicemente rinunciare?
Dopo un po’ di anni sui social (come blogger, creator, influencer e addetta ai lavori) mi sono imposta questa regola: se un prodotto mi piace, ne parlo volentieri con le mie parole e dentro la mia routine. Se non mi piace, non lo pubblico.
Non mi piace perder tempo a scrivere recensioni negative (e lo faccio raramente) ma mi piace ancora meno fare recensioni positive solo perchè obbligata: semplicemente preferisco rinunciare a continuare la collaborazione. E lo dico al brand con chiarezza fin dall’inizio, così nessuno si aspetta entusiasmo a comando.
Su un punto non c’è margine di trattativa: ogni collaborazione va dichiarata. Che si tratti di un prodotto inviato in regalo (gifted), fornito per essere provato (supplied) o di un contenuto pubblicitario a pagamento (adv), le linee guida AGCOM chiedono sempre trasparenza. Una dichiarazione chiara e ben visibile non toglie credibilità, la aumenta: chi mi segue sa che dietro il contenuto c’è un rapporto con un brand e può valutarlo con tutte le informazioni giuste. Il “tanto si capisce” non è una strategia, punto.
Perché funziona anche dall’altra parte
Lavorando nel marketing ho imparato che un brief chiaro fa risparmiare tempo a tutti: a chi lo scrive, a chi lo esegue e a chi poi dovrà valutarne i risultati. Le collaborazioni migliori che ho fatto sono nate quasi sempre da una conversazione iniziale un po’ lunga, di quelle in cui nessuno ha fretta di approvare ma tutti hanno le idee chiare.
Queste cinque domande non servono a complicare le cose, anzi mi aiutano a far sì che la mia community trovi qualcosa di utile, che io possa essere orgogliosa dei contenuti pubblicati senza snaturarmi e che il brand sia soddisfatto della collaborazione.
